Via dei Principi  –  Doganaccia

 

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Itinerario: la suggestiva area funeraria della Doganaccia, dominata da una coppia di grandi tumuli, è distante circa 3 km  dalla Barriera S. Giusto, area parcheggi e centro della città; scendendo alla rotatoria e svoltando a sinistra in direzione Necropoli etrusca-Viterbo si prosegue alla Necropoli del Calvario; continuare sulla Strada Provinciale Monterozzi e, superato il moderno Cimitero, dopo 500 imboccare a destra la vecchia strada “della Madonna del Pianto” (seguire la segnaletica). Scendere e girare a destra fino alla necropoli (a sinistra con area sosta).

 

tumuliDalla Doganaccia è poi possibile raggiungere, in auto o a piedi, il Tumulo Luzi in località Infernaccio, distante circa un chilometro. La tomba, caratterizzata da un imponente ingresso a gradinata destinato a ospitare le cerimonie e gli spettacoli funerari, si raggiunge percorrendo la vecchia strada “della Madonna del Pianto”: Uscendo dalla Doganaccia, si deve girare a sinistra e proseguire per 700 m; al grande incrocio, svoltare nuovamente a sinistra (seguendo la segnaletica) in via R. Follerau. Quindi, alla seconda via, girare a destra e poi imboccare la prima via a sinistra (l’accesso della tomba si trova a destra).

Dalla Doganaccia, in direzione opposta, si possono invece raggiungere, sia a piedi che in auto, i tumuli delle Arcatelle-Secondi Archi con la Tomba delle Pantere, la più antica sepoltura dipinta di Tarquinia. Proseguendo a destra, lungo la strada “della Madonna del Pianto”, si arriva all’incrocio con la Provinciale Monterozzi.

In auto: seguire la segnaletica e girare a destra fino all’incrocio con la Statale Aurelia-bis. Quindi girare a sinistra in direzione Viterbo, e, dopo più di 100 m, imboccare la strada a sinistra che attraversa la suggestiva necropoli dei Secondi Archi fino al settore funerario della Tomba delle Pantere (stradina a destra). Terminata la visita si può girare a destra in direzione del moderno
Cimitero e di Tarquinia: la strada di crinale, costeggiata da antichi tumuli, si segnala per l’incantevole paesaggio verso la marina.
A piedi: dall’incrocio con la Provinciale Monterozzi, girare a destra e poi prendere la stradina che sale a sinistra (seguendo la segnaletica) fino alla parte più elevata della necropoli dei Monterozzi; poi ancora a destra fino alla stradina della Tomba delle Pantere.

Altri due grandiosi tumuli principeschi si trovano nell’entroterra tarquiniese, sul Poggio Gallinaro (presso La Civita) e sul Poggio del Forno (in località Turchina, verso Monte Romano). Le due località, al momento non comprese nell’itinerario archeologico attrezzato, sono immerse in un ambiente ancora intatto e si raggiungono seguendo la strada Statale Aurelia-bis.
La Via dei Principi
Sulla collina compresa fra la antica città (la Civita) e il mare, sorge la vasta necropoli etrusca di Monterozzi, così chiamata per la presenza in superficie – secondo un uso derivato dal mondo orientale – di “tumuli” funerari. Su questo rilievo dominante, accanto alle più antiche incinerazioni villanoviane del IX-VIII sec. a. C. , si trovano le celebri tombe affrescate costituite da camere scavate nella roccia e segnalate in superficie da tumuli di terra. Meno conosciutii sono invece i più antichi e grandiosi tumuli che cingevano a corona l’altipiano della città.

La tomba a tumulo è un elemento caratteristico del paesaggio etrusco dei periodi orientalzzante e arcaico (VII-Vi sec. a. C.). I tumuli monumentali tarquiniesi sono sepolture principesche dotate di un imponente basamento costruito o scavato nella roccia, ricoperto da una svettante calotta di terra. Tali caratteristiche architettoniche sono indicative dell’alto prestigio raggiunto dai personaggi sepolti e dalle loro famiglie: infatti, il ceto aristocratico, all’inizio del VII sec. a. C., concentra gli sforzi maggiori sull’architettura funeraria quale metafora della propria ricchezza e potenza, secondo un preciso intento di esaltazione del rango. La ricchezza dei committenti è provata anche dalla magnificenza dei corredi funerari, che comprendevano anche attributi propri della regalità e del potere. Ulteriore conferma dell’importanza di queste tombe è la posizione in zone isolate e dominanti il territorio, segnato dal passaggio delle prinicipali strade antiche.

Ai grandi tumuli va riconosciuto un ruolo emblematico dello splendore aristocratico e del controllo che esercitavano sul territorio le famiglie gentilizie, che basavano la loro ricchezza sulla propietà della terra e sullo sfruttamento delle risorse naturali, nonché sul controllo degli scambi. E’ probabile che all’interno delle famiglie sepolte nei grandi tumuli come avveniva nel mondo greco-omerico, emergessero i re o “lucumoni” al vertice della comunità locale.

La tipologia del tumulo monumentale tarquiniese comprende di solito una grande camera funeraria a pianta rettangolare e con pareti progressivamente rientranti verso l’alto (a profilo ogivale); la sommità è tagliata da una fenditura longitudinale chiusa da pesanti lastre di pietra. Alcuni tumuli erano foderati alla base da murature in blocchi squadrati e sagomati, probabilmente decorati in alto da sculture di animali (belve e mostri minacciosi posti a guardia dei sepolcri), come illustrano i disegni ricostruttivi ottocenteschi. Davanti alla tomba si apriva un ampio vestibolo a cielo aperto (“piazzaletto”) destinato a ospitare le cerimonie e gli spettacoli funerari. Purtroppo le tombe principesche di Tarquinia sono state in gran parte saccheggiate e i fastosi corredi, con ceramiche e oggetti in metallo, sono andati dispersi.

Il modello architettonico tarquiniese si ispira ad una tipologia di tombe reali dell’VIII-VII sec. a. C. conosciuta come la Cipro di cultura omerica. Nella necropoli di Salamina, nel sud-est dell’isola, sono infatti presenti sepolture con ricchissimi corredi confrontabili con quelle di Tarquinia, per la presenza del tumulo, del grande ingresso e delle murature in blocchi squadrati. E’ probabile che all’origine di questo modello ci siano proprio architetti di formazione orientale, supportati da squadre di operai specializzati nel taglio delle pietre, arrivati a Tarquinia all’inizio del VII sec. a. C., che qui avrebbero introdotto innovativi schemi architettonici per l’aristocrazia locale.

Necropoli della Doganaccia
Fra i più antichi e suggestivi sepolcreti del colle di Monterozzi spicca quello della Doganaccia, al centro della vasta necropoli etrusca di Tarquinia. Si tratta di un ampio complesso archeologico dominato da una svettante coppia di tumuli principeschi inseriti in un paesaggio collinare digradante verso la marina. Accanto alla Doganaccia, almeno dal Seicento, passava la strada della “Madonna del Pianto”, oggi ripercorsa dalla “Via dei Principi”. La Doganaccia è distinta dalla presenza di due regolari terrazze protese verso la costa. I due tumuli, di età orientalizzante (VII sec. a. C.), sono noti con i nomi popolari “del Re” e “della Regina”. Questi appellativi alludono all’imponenza delle tombe, che agli occhi degli osservatori apparivano, anche per il loro isolamento, fra le più vistose “colline” artificiali della necropoli tarquiniese.

Significativa è la posizione dei monumenti: le due tombe sono state infatti costruite in un luogo particolarmente esposto, in modo da esaltare i caratteri colossali dei sepolcri. Peraltro, la disposizione a coppia dei tumuli, situazione poco diffusa in Etruria, suggerisce l’appartenenza dei sepolcri a membri della stessa famiglia aristorratica. Si tratterebbe di monumenti fatti erigere da fratelli o cugini nel giro di una generazione circa. Il potere economico di questa famiglia si basava probabilmente sullo sfruttamento della fertile piana costiera, e sul controllo dei traffici fra la città e lo scalo marittimo di Tarquinia. I tumuli della Doganaccia si posizionarono difatti lungo uno degli itinerari più antichi diretti al mare, in corrispondenza di un remoto accesso alla necropoli Monterozzi. La strada proveniente dalla costa ricalcava l’ampio canalone che separa i due terrazzi calcarei occupati dai tumuli. Suggestiva e primeggiante era quindi la collocazione delle due tombe per chi giungeva dalla costa.
Tumulo del “Re”
Il monumento, dal diametro di oltre 35 metri, incorpora un’unica camera funeraria e un largo ingresso. Dopo gli scavi del 1928 fu relaizzato un pesante restauro, riconoscibile nelle parti aggiunte in mattoni e cemento. Il basamento della costruzione, fondamentale per contenere la calotta di terra, era scavato nella roccia e in origine era rivestito con blocchi squadrati di calcare: di questi, soltanto uno si è conservato all’ingresso della tomba. Il tumulo contiene una camera funeraria rettangolare semi-costruita, intagliata nella roccia nella parte inferiore e fabbricata in blocchi nella parte superiore. La volta ha un profilo ogivale, con alla sommità una fenditura chiusa da coppie di lastroni in pietra. Si tratta di un’apertura tipica delle tombe principesche tarquiniesi. L’ambiente è preceduto da un ampio vestibolo (“piazzaletto”), anch’esso semi-costruito; questo era probabilmente lasciato in vista e praticabile a tomba chiusa, destinato ad accogliere cerimonie e rappresentazioni per il defunto.

Alla Dogannaccia siamo di fronte ad importanti costruzioni funerarie, derivate da esperienze architettoniche provenienti dall’isola di Cipro: maestranze orientali creano per l’aristocrazia tarquiniese un originale modello architettonico piegato però alle esigenze locali. L’ingresso della tomba è infatti rivolto ad occidente laddove, secondo la religione etrusca, dimoravano nel cielo sacro le divinità infere. All’esterno dell’ingresso è presente un cunicolo discendente al di sotto del tumulo, destinato al drenaggio delle acque piovane. Il corredo funebre recuperato negli scavi risultò depredato dai clandestini. Fra i materiali rinvenuti spicca un’iscrizione con il nome di un greco etruschizzato (Rutile Hipucrates). Il reperto rimanda al periodo di Demarato di Corinto, un ricco mercante greco trasferitosi a Tarquinia attorno alla metà del VII sec. a. C.. Sposatosi con una nobile locale, Tanaquilla, Demarato era ritenuto padre del re di Roma Tarquinio Prisco.
Tumulo “della Regina”
Il tumulo è stato costruito su un rialzo naturale del terrazzo settentrionale della Doganaccia. Le ricerche archeologiche dell’Università degli Studi di Torino e della Soprintendenza Archeologica stanno mettendo in luce una pregevole architettura che trova affinità con l’altro tumulo della Doganaccia. Questa necropoli si profila, quindi, come un’area cimiteriale utilizzata da un potente gruppo famigliare che coprì importanti cariche politiche ed economiche nella Tarquinia del VII sec. a. C. Gli scavi hanno messo in luce parte del tamburo del monumento , la cui fondazione è scavata nella roccia e aveva un rivestimento esterno in blocchi. Il diametro della costruzione raggiunge i 40 m, misura che al momento ne fa il più grande tumulo di Tarquinia. Le depredazioni e le pesanti arature hanno purtroppo compromesso la conservazione della costruzione.
La tomba principesca, rivolta a ovest come il tumulo “del Re”, è preceduta da un grande ingresso a cielo aperto (“piazzaletto”, largo 5,7 m e profondo circa 7,5) delimitato su tre lati da spessi parametri in blocchi di calcare ben connessi fra loro; questo spazio introduceva alla cella funeraria, collocata verso il centro del tumulo. Il “piazzaletto” è semi costruito e contraddistinto da una larga scalinata scavata nella roccia che scende verso la camera funeraria, davanti alla quale si svolgevano riti e spettacoli in onore del defunto. Sul lato destro del piazzale, dove il paramento è meglio conservato, sono presenti, nella parte alta, blocchi disposti a formare una cornice aggettante, mentre le tracce di intonaco bianco su alcuni tratti dei muri indicano la presenza di un rivestimento originario a protezione dell’ambiente all’aperto.

Tomba Gemina
Alle spalle del “tumulo della Regina” è stata scoperta una tomba di tipo gemino (a due camere affiancate), destinata a ospitare, molto probabilmente, una doppia coppia di parenti del nobile sepolto nel grande tumulo. Le violazioni clandestine e le arature compromettono la visione del sepolcro scavato nella roccia. La tomba è distinta da un profondo ingresso-vestibolo, disposto trasversalmente rispetto alle due camere affiancate. L’accesso è occupato da una larga scalinata con l’ultimo gradino che si prolunga sui lati corti del vestibolo a mo’ di banchina; qui prendevano posto i parenti dei defunti durante le esequie che si svolgevano sul pianerottolo antistante le camere funerarie. La tomba rivela pesanti intrusioni avvenute in varie epoche. In posizione originaria troviamo ancora parte delle chiusure.
Le due camere mostrano caratteri architettonici comuni: hanno una pianta rettangolare irregolare e copertura a falsa-ogiva (in parte distrutta) tipica delle tombe tarquiniesi di età orientalizzante. Ogni ambiente è munito di una coppia di banchine, di cui una, quella di sinistra della camera A, rievoca un letto ligneo per l’indicazione schematizzata della struttura portante, mentre in testata è scolpito, a bassorilievo, un cuscino semilunato. Entrambe le camere conservano, fra le banchine, i resti dei corredi molto disturbati dalle profanazioni. La costruzione della tomba e le deposizioni risalgono alla seconda metà del VII sec. a. C. La tomba gemina della Doganaccia rappresenta una rarità architettonica di deposizioni principesche; l’esempio tarquiniese è uno dei più antichi sepolcri, se non addirittura il prototipo, del tipo gemina in Etruria.

Necropoli dell’Infernaccio e Tumulo Luzi
L’Infernaccio è uno dei principali sepolcreti del periodo orientalizzante (VII sec. a. C.). Era situato lungo un percorso che dalla città (la Civita), attraverso la necropoli dei Monterozzi, conduceva al mare. Fra le antiche tumulazioni scoperte nell’area, spicca sicuramente la tomba Luzi, contrassegnata in superficie da un grande tumulo ancora precepibile sul terreno; lo scavo non ha però rivelato resti dello zoccolo circolare in pietra che doveva delimitare il monte di terra.
La tipologia del tumulo Luzi è caratteristica dell’architettura funeraria tarquiniese: un ambiente ipogeo, interamente scavato nella roccia, a pianta rettangolare allungata, con pareti a profilo ogivale e un ampia fenditura logitudinale nel soffitto sigillata da lastroni. Addossata alla parete di fondo c’è una bassa banchina sulla quale era forse deposto parte del corredo del defunto. La camera è preceduta da un vestibolo monumentale a cielo aperto caratterizzato da una scalinata centrale e tre rampe minori laterali, una sorta di cavea destinata ad accogliere gli spettatori famigliari ed altri notabili in occasione delle cerimonie funebri che possiamo immaginare accompagnate da recite, canti, musiche e giochi, che si svolgevano nel “piazzaletto” davanti all’ingresso della camera sepolcrale. Nel pavimento del “piazzaletto” si segnala inoltre la presenza di una fossa rettangolare utilizzata per i riti funebri, che conteneva ossa di animali e oggetti votivi. La tomba, vista la sua monumentalità, accoglieva senz’altro le spoglie di un “principe” appartenente alla ricca e potente classe aristocratica tarquiniese del VII sec. a. C. Il corredo funerario rinvenuto nella tomba è purtroppo molto frammentario a causa dell’intromissione di scavatori clandestini; al momento della scoperta la camera era colma di terra fino alla volta.